Mi muovo da sempre tra mondi diversi e continuo a farlo. Comunicazione, marketing, arte, sostenibilità, imprese, istituzioni, associazioni, comunità. Cambiano i contesti, i paesi, le persone, i linguaggi e le competenze che entrano in gioco.
E probabilmente è proprio questo continuo attraversamento che continua a interessarmi: scoprire cosa succede quando mondi apparentemente distanti entrano in relazione.
A guardarli da lontano potrebbero sembrare capitoli separati, questioni diverse.
E per un po’ di tempo l’ho pensato anch’io. Anche se, in realtà, ho sempre cercato quello che li teneva insieme.
Forse perché faccio fatica a credere nei confini troppo netti. Quello tra comunicazione e relazioni, per esempio. Tra sostenibilità e produttività. Tra cultura e impresa. Tra strategia e creatività. Tra un evento e i dati che lascia dietro di sé. Tra ciò che succede dentro un’organizzazione e quello che accade nella strada appena fuori.
Persino tra vita personale e professionale, per quanto a volte sarebbe decisamente più comodo.
Con il tempo ho capito che questa naturale inclinazione non era semplicemente curiosità. Era diventata una visione delle cose, un modo di lavorare.
Oggi tutto questo lo chiamo Systemic Advantage.
Non significa sapere tutto di tutto. Non significa perdersi nel fare qualunque cosa. E non significa evitare le specificità.
Significa, piuttosto, provare a vedere le connessioni prima delle singole parti. Capire il sistema abbastanza bene da poter scegliere dove intervenire con precisione.
Significa costruire, letteralmente, un vantaggio sistemico.
Più riesci a unire punti, mettere in relazione e far dialogare cose anche apparentemente distanti, più allarghi la visione. Ma il vantaggio non sta nel collegare tutto con tutto. Sta nel riuscire a riconoscere le connessioni che contano, quelle capaci di dare una direzione. E quando la direzione diventa più chiara, anche l’azione può diventare più precisa, persino chirurgica.
Perché un’organizzazione non è soltanto l’espressione dei suoi prodotti e servizi. Un brand non è soltanto la sua comunicazione. Un progetto culturale non è soltanto cultura. Un problema ambientale non è soltanto ecologia. E una comunità non è semplicemente la somma delle persone che la abitano.
Ogni elemento modifica gli altri. Ogni elemento ha un certo grado di interdipendenza.
È una visione che devo molto anche agli studi e all’esperienza con la permacultura e, più in generale, con il pensiero sistemico: osservare prima di intervenire, riconoscere le relazioni, utilizzare le risorse disponibili, evitare sprechi, cercare più funzioni nella stessa azione.
Da qui nasce una formula che da anni orienta la mia operatività:
Per ogni azione, due soluzioni.
Per ogni problema, due opportunità.
Non è ottimismo da tazza motivazionale.
È un metodo.
Un’azione quotidiana, se utile e rilevante, dovrebbe poter essere affrontata almeno in due modi. Possibilmente semplici, leggeri, sostenibili nelle risorse e veloci da mettere alla prova.
Avere un’alternativa obbliga a confrontare le soluzioni, a capire quale sia davvero la più efficace e impedisce di innamorarsi troppo velocemente della prima idea — sport piuttosto diffuso in tanti settori.
Un problema, invece, richiede un atteggiamento diverso.
Se è davvero un problema, probabilmente non basta risolverne il sintomo. Bisogna capire da dove arriva, quali relazioni coinvolge, cosa sta mettendo in discussione.
E poi provare a fare un passaggio ulteriore: trasformarlo in opportunità.
Non una, ma due.
Non per negarne la difficoltà. Al contrario, per sfruttare quello che quella difficoltà può costringerci a vedere.
Un problema, se affrontato bene, può portarci a cambiare un processo, scoprire una relazione che mancava, eliminare qualcosa di inutile, creare un servizio, modificare una strategia, incontrare qualcuno che fino a quel momento era rimasto fuori dal nostro orizzonte.
In altre parole, non si tratta soltanto di chiedersi come uscire da un problema, ma anche che cosa quel problema ci permette di vedere, cambiare o costruire che prima non vedevamo.
A volte la soluzione migliore è fare qualcosa di nuovo.
Altre volte è semplicemente fare meno, ma meglio.
Allargare lo sguardo per scegliere dove agire
Negli anni mi sono convinto che una professionalità contemporanea non debba necessariamente coincidere con una specializzazione sempre più stretta.
Gli specialisti sono fondamentali. Voglio che il mio dentista sia molto verticale nel suo lavoro.
Ma la realtà nella quale quel dentista, un’impresa, un’istituzione, un’associazione o ciascuno di noi deve prendere decisioni ogni giorno è sempre meno verticale.
Economia, tecnologia, ambiente, cultura, comportamenti, comunicazione, politica, territori, relazioni e desideri individuali si intrecciano continuamente.
Possiamo dividere tutto in reparti, discipline, job title e cartelle sul computer.
La realtà continuerà a intersecarsi.
Il Systemic Advantage nasce qui: nella capacità di attraversare orizzonti differenti con l’intenzione di provare a ricomporli in una visione sufficientemente ampia da trovare una direzione.
Non una visione necessariamente definitiva. Certamente una visione sufficientemente chiara da permetterci di agire senza troppe incertezze.
È questa la parte che mi interessa di più.
Perché il pensiero sistemico, se rimane soltanto pensiero, rischia di diventare un magnifico diagramma appeso alla parete.
Io cerco invece il punto in cui strategia e pratica si incontrano: dove una connessione diventa una decisione, una decisione diventa un’azione e quell’azione produce un risultato che possiamo osservare, misurare e, quando serve, correggere.
E quindi, gli Insight.
Questi Insight nascono esattamente da questa attitudine.
Non vogliono essere lezioni.
E nemmeno l’ennesimo posto in cui spiegare al mondo le cinque cose che deve assolutamente sapere entro venerdì.
Sono momenti di riflessione, azione e connessione.
Partono da mondi diversi perché il mondo è fatto così.
Marketing e sostenibilità. Tecnologia e relazioni. Cultura e organizzazioni. Intelligenza artificiale e intelligenza molto umana. Città, imprese, ambiente, politica, comunicazione, lavoro, arte, comportamenti, comunità.
A volte partiranno da un dato. Altre da una ricerca, una notizia, un progetto, un incontro, un errore o qualcosa che semplicemente mi ha fatto pensare:
“Ma ti sembra normale?”
Non cercherò necessariamente una risposta definitiva.
Cercherò connessioni.
Perché anche chi è profondamente specializzato vive e lavora dentro sistemi complessi. E comprenderne almeno un pezzo in più può aiutarci a vedere opportunità che, guardando soltanto davanti a noi, rimarrebbero fuori campo.
Gli Insight sono quindi anche il mio modo di continuare a esplorare.
Di mettere in relazione quello che conosco con quello che ancora non conosco.
Di prendere posizione tutte le volte che lo ritengo necessario, di cambiare idea quando ci sono buone ragioni per farlo e di lasciare qualche domanda aperta quando chiuderla sarebbe soltanto una scorciatoia.
E soprattutto di provare a trasformare la riflessione in qualcosa che possa essere utile.
A chi lavora in un’impresa. A chi costruisce un progetto. A chi opera in un’istituzione o in una comunità.
E anche, semplicemente, a chi cerca di capire un po’ meglio cosa sta succedendo intorno a noi.
Perché alla fine il punto non è sapere tutto.
È vedere abbastanza lontano da capire dove fare il prossimo passo.
E magari scoprire che quel passo possiamo farlo insieme.

