In Brasile, Lula ha vinto le elezioni presidenziali con il 51,79% dei voti, ribaltando lo svantaggio del primo turno. In Serbia, un movimento nato dalle proteste studentesche ha ottenuto il 52,65% dei consensi secondo i risultati preliminari, superando il sistema politico che aveva dominato il paese per oltre un decennio.
Due vittorie. Due storie lontanissime. Un presidente di ottant'anni, con una vita intera nella politica, e un movimento cresciuto nelle università, nelle piazze e nelle strade.
Eppure, guardandole insieme, mi sembra di intravedere qualcosa di enorme.
E se fosse l'inizio di un giro di boa generazionale e sociale?
Non soltanto un cambiamento di governo. Non semplicemente la vittoria di una parte politica sull'altra. Ma il segnale di una società che, in luoghi e modi differenti, comincia a rifiutare l'idea che il proprio futuro debba essere deciso da pochi, mentre alla maggioranza resta soltanto il compito di adattarsi.
Non so se siamo già davanti a una svolta storica. Ma credo che sarebbe un errore enorme non riconoscere la portata di ciò che sta accadendo.
La democrazia non è morta. Forse abbiamo dimenticato cosa significa. Negli ultimi anni abbiamo sentito parlare di democrazia continuamente. Per giustificare decisioni, interventi, guerre, limitazioni, interessi economici e contrapposizioni politiche.
Una parola utilizzata così tanto, e in modi talmente contraddittori, da rischiare di perdere significato.
Ma la democrazia non è una parola da esibire. Non è una proprietà culturale di un governo o di una parte politica. E non coincide neppure con il semplice fatto di organizzare periodicamente delle elezioni.
La democrazia vive quando le persone possono informarsi liberamente, organizzarsi, dissentire, partecipare e incidere sulle decisioni collettive. Quando le istituzioni devono rispondere ai cittadini, non il contrario. Quando il potere può essere contestato e cambiato senza che questo comporti la rinuncia ai propri diritti.
In Serbia, la vittoria del movimento studentesco assume un significato particolare proprio alla luce delle denunce documentate dagli osservatori indipendenti: pressioni sugli elettori, intimidazioni, uso delle risorse istituzionali nella campagna e disuguaglianze nell'accesso alla competizione politica.
In Brasile, la vittoria di Lula arriva al termine di una sfida estremamente polarizzata contro Flávio Bolsonaro, che non ha riconosciuto il risultato annunciato dall'autorità elettorale.
I due contesti non sono equivalenti, né sarebbe corretto attribuire automaticamente le stesse caratteristiche ai rispettivi schieramenti. Ma entrambi ci ricordano una cosa essenziale: la democrazia non si difende soltanto dichiarando di crederci. Si difende esercitandola.
E per chi, come me, considera il fascismo e l'autoritarismo incompatibili con una società fondata sulla libertà e sulla partecipazione, questo è un punto decisivo.
La risposta democratica più interessante non è soltanto quella che si oppone alla concentrazione del potere. È quella che riesce a costruire nuovi modi di distribuirlo, controllarlo e renderlo responsabile.
Basta governare attraverso la paura? Viviamo in una fase internazionale nella quale la precarietà sembra essere diventata una condizione permanente.
Guerre, spese militari, crisi economiche, disuguaglianze, difficoltà di accesso alla casa, emergenza climatica, lavoro incerto. Problemi concreti, che entrano ogni giorno nella vita delle persone.
Eppure, una parte importante della comunicazione politica sembra aver imparato soprattutto a trasformare queste condizioni in paura.
Paura di perdere qualcosa. Paura dell'altro. Paura del cambiamento. Paura di non essere abbastanza protetti.
La paura può essere una straordinaria leva di mobilitazione. Ma quale futuro costruisce una società che continua a essere chiamata a scegliere soltanto ciò da cui difendersi?
Quando abbiamo smesso di chiedere alla politica di farci immaginare qualcosa di migliore?
Penso che sia questa una delle domande più interessanti che emergono dalle elezioni di ieri.
Non perché possiamo dimostrare che tutti gli elettori di Lula o della Lista Studentesca abbiano votato mossi dalla speranza anziché dalla paura. Sarebbe una semplificazione. Ma perché queste due esperienze, così differenti, mostrano la capacità di organizzare consenso anche attorno alla possibilità di cambiare una condizione esistente.
E questa possibilità, oggi, è tutt'altro che scontata.
Lula ha ottant'anni. Ma le idee non hanno un'età. C'è qualcosa di paradossale, e per questo interessante, nella vittoria brasiliana.
Lula è un politico storico. Ha attraversato stagioni sociali, economiche e culturali profondamente diverse. Eppure, per ribaltare il risultato del primo turno, la sua campagna ha dovuto rafforzare la propria capacità di mobilitazione, adattare linguaggi e costruire nuove connessioni.
Non è diventato improvvisamente un giovane leader. Né abbiamo ancora elementi sufficienti per attribuire la sua vittoria principalmente al voto delle nuove generazioni.
Ma il Brasile suggerisce una riflessione importante: forse il cambiamento generazionale non consiste soltanto nel sostituire persone anziane con persone giovani.
Consiste anche nella capacità di riconoscere che i linguaggi, le aspettative e le modalità di partecipazione sono cambiati.
Chi continua a comunicare come se le persone fossero soltanto destinatari passivi di messaggi rischia di non comprendere più la società con cui pretende di dialogare.
La campagna di Lula ha investito fortemente nelle reti digitali, nelle mobilitazioni pubbliche e nella circolazione coordinata dei contenuti. Ma sarebbe ingenuo trasformare questo dato in un elogio indiscriminato delle tecniche elettorali: la comunicazione politica online può costruire relazioni, ma può anche amplificare polarizzazione e attacchi agli avversari.
Ed è proprio qui che il caso brasiliano diventa ancora più interessante.
Quando sono gli algoritmi a decidere chi può parlare Durante la campagna brasiliana sono emerse controversie rilevanti sul ruolo di Meta.
La stampa brasiliana ha documentato la temporanea disattivazione dell'account pubblicitario della campagna di Lula. Successivamente, un'inchiesta della Folha de S.Paulo, basata su comunicazioni interne dell'azienda, ha riportato restrizioni che avevano penalizzato account del presidente uscente e raccomandazioni algoritmiche relative a Flávio Bolsonaro, in contrasto con le regole elettorali brasiliane.
Il Tribunale Superiore Elettorale è intervenuto per richiedere parità di trattamento. Meta ha riconosciuto alcuni problemi tecnici, ma ha negato di aver favorito intenzionalmente un candidato. Non abbiamo quindi elementi per affermare come fatto accertato che Meta abbia deliberatamente scelto di sostenere Bolsonaro.
Abbiamo però qualcosa di altrettanto importante su cui riflettere.
Com'è possibile parlare di libertà democratica se la visibilità delle idee dipende da sistemi privati che le persone non possono comprendere, controllare o verificare pienamente?
Le piattaforme digitali non sono semplici contenitori neutrali. Le loro regole, i loro algoritmi e i loro errori possono incidere concretamente sulla circolazione delle informazioni.
E allora la questione non riguarda soltanto Lula, Bolsonaro o il Brasile.
Riguarda il rapporto tra democrazia e potere tecnologico. Tra libertà di espressione e concentrazione economica. Tra partecipazione pubblica e infrastrutture private.
I social possono rendere possibili nuove forme di organizzazione collettiva, ma possono anche concentrare un potere enorme nelle mani di pochissimi soggetti.
Una contraddizione che non possiamo più permetterci di ignorare.
Serbia: quando migliaia di persone diventano un'organizzazione Se il Brasile mostra le potenzialità e le contraddizioni della comunicazione digitale, la Serbia racconta un'altra dimensione del cambiamento.
Tutto nasce da una tragedia: il crollo della pensilina della stazione ferroviaria di Novi Sad, nel novembre 2024, che provoca sedici morti.
Da lì prendono forza proteste, richieste di responsabilità, assemblee, blocchi universitari, manifestazioni e iniziative diffuse in tutto il paese.
Ma ciò che trovo straordinariamente interessante è il passaggio successivo.
La protesta non rimane soltanto protesta.
Diventa relazione. Organizzazione. Presenza nei territori. Capacità di costruire un progetto politico.
Gli studenti attraversano città e piccoli centri, incontrano persone, organizzano iniziative, costruiscono contatti. La Lista Studentesca presenta candidati provenienti da professioni e ambienti diversi, evitando di concentrare tutta la propria identità attorno al nome di un unico leader.
E questo rappresenta una rottura comunicativa importante. Per decenni abbiamo assistito a campagne costruite attorno a figure forti, volti riconoscibili, slogan ripetuti, messaggi elaborati da strutture centralizzate.
Qui vediamo un'organizzazione che prova a rendere protagonista la rete stessa.
Non significa che sia priva di contraddizioni, né che la decentralizzazione garantisca automaticamente maggiore democrazia. Il movimento dovrà ora affrontare la prova delle responsabilità istituzionali, delle decisioni difficili e dei compromessi.
Ma c'è qualcosa che merita di essere studiato molto attentamente.
La comunicazione non ha soltanto raccontato il movimento. È diventata uno dei modi attraverso cui il movimento si è costruito.
E questa, per chi si occupa di comunicazione e organizzazioni, è una differenza enorme.
Non sono soltanto Brasile e Serbia Sarebbe sbagliato considerare queste due elezioni come prove definitive di una trasformazione globale. Ma sarebbe altrettanto riduttivo osservarle senza guardare a ciò che si muove intorno.
In Francia, Spagna, Albania e Stati Uniti, negli ultimi mesi si sono registrate mobilitazioni legate a rivendicazioni differenti: condizioni economiche, diritti, rappresentanza, istruzione, politiche pubbliche.
Anche in Italia, proprio in questi giorni, le piazze sono tornate a riempirsi.
Il Movimento 17 ottobre, nato attraverso canali social e reti di mobilitazione ancora fluide, ha portato all'attenzione pubblica il carovita, la precarietà e la difficoltà di immaginare un futuro economicamente sostenibile. Alcune manifestazioni sono state segnate anche da violenze e scontri, che non possono essere ignorati né confusi con il diritto di manifestare pacificamente.
Nello stesso mese, la mobilitazione della Via Maestra ha riunito sindacati e associazioni attorno a temi come pace, diritti costituzionali, welfare, lavoro e partecipazione democratica.
Non sono movimenti equivalenti. Non condividono necessariamente programmi, metodi o obiettivi. E non abbiamo elementi per considerarli parte di un'unica mobilitazione internazionale coordinata.
Ma la ricorrenza di alcune domande è difficile da non notare.
Chi decide il nostro futuro? Perché il costo delle crisi ricade così spesso sulla vita quotidiana delle persone? Quanto spazio esiste per partecipare alle decisioni? È ancora possibile immaginare una prospettiva diversa dalla precarietà permanente?
Forse non siamo davanti a un unico movimento. Forse siamo davanti a molte società che, ciascuna con la propria storia, stanno cercando nuovi modi per non rassegnarsi.
La vera innovazione potrebbe essere sociale, prima ancora che tecnologica Parliamo continuamente di innovazione.
Intelligenza artificiale, automazione, produttività, nuove piattaforme, nuovi modelli economici.
Ma quanto spazio dedichiamo all'innovazione delle relazioni umane? Dei processi decisionali? Della capacità di collaborare?
E se una delle innovazioni più importanti di questa fase storica non fosse un'altra tecnologia, ma un nuovo modo di organizzare le persone attorno a una visione condivisa?
Il Brasile e la Serbia non ci offrono una formula unica.
Da una parte troviamo una campagna elettorale che ha integrato reti digitali, mobilitazione popolare e strutture politiche consolidate. Dall'altra, un movimento che ha costruito la propria identità attraverso relazioni territoriali, assemblee e partecipazione diffusa.
Ma entrambe le esperienze ci invitano a superare un'idea di comunicazione che conosco bene anche nel mondo professionale: quella secondo cui comunicare significhi soprattutto trovare il messaggio giusto per ottenere la reazione desiderata.
E se non bastasse più?
E se le persone volessero essere riconosciute non soltanto come elettori, consumatori, utenti o lavoratori, ma come soggetti capaci di contribuire?
Allora dovremmo ripensare anche il significato di engagement.
Non soltanto clic, visualizzazioni, interazioni o conversioni.
Ma fiducia. Appartenenza. Responsabilità. Partecipazione reale.
La differenza tra convincere qualcuno a seguirti e costruire qualcosa insieme a lui.
Il benessere collettivo non può essere soltanto una promessa C'è un'altra questione che considero centrale.
Perché continuiamo a trattare il benessere collettivo come un risultato eventuale, quasi un premio da distribuire quando tutto il resto avrà funzionato?
E se fosse invece una delle condizioni da cui partire? Una società in cui le persone hanno accesso alla conoscenza, a un lavoro dignitoso, alla salute, alla casa, alla cultura e alla possibilità di partecipare è una società che dispone di risorse umane e relazionali fondamentali.
Lo stesso vale per un'organizzazione.
Parliamo di engagement, retention, soddisfazione, produttività. Ma quante volte ci chiediamo se le persone si riconoscano davvero nel progetto di cui fanno parte?
Non possiamo affermare che le due elezioni dimostrino già un aumento della fiducia o del benessere a lungo termine. Questi risultati andranno valutati nel tempo, attraverso le politiche e le scelte concrete.
Ma possiamo trarne una domanda molto forte.
Perché continuiamo a investire così tanto nel convincere le persone ad accettare un sistema, e così poco nel permettere loro di contribuire a migliorarlo?
Forse la sfida non è costruire messaggi sempre più efficaci per amministrare insicurezza e malcontento.
È costruire condizioni nelle quali le persone possano riconoscere un futuro desiderabile e sentirsi parte della sua realizzazione.
Il giro di boa non è garantito. Ma i segnali ci sono. Non voglio trasformare due vittorie elettorali in una profezia.
Il Brasile rimane profondamente diviso. In Serbia, il movimento studentesco dovrà dimostrare di saper trasformare la partecipazione in governo, mantenendo trasparenza e responsabilità.
E nessun risultato elettorale, da solo, elimina autoritarismo, disuguaglianze o concentrazione del potere.
Ma non voglio neppure cadere nell'errore opposto: ridurre ciò che sta accadendo a una normale alternanza politica.
Perché forse c'è qualcosa di più grande che stiamo iniziando a vedere.
Una generazione, intesa non soltanto in senso anagrafico ma culturale e sociale, che non si accontenta più di sentirsi dire quali pericoli deve temere.
Persone che vogliono partecipare. Costruire relazioni. Recuperare fiducia. Immaginare una società nella quale il futuro non sia soltanto una successione di crisi da sopportare.
La democrazia ha bisogno di questo.
Non di essere celebrata come una parola vuota, ma di essere continuamente ricostruita attraverso pratiche, linguaggi e forme di partecipazione capaci di rispondere al presente. Forse il vero giro di boa comincerà quando smetteremo di chiedere alle persone di avere fiducia nel potere e inizieremo a costruire sistemi nei quali il potere debba meritarsi continuamente quella fiducia.
E quando capiremo che le persone non vogliono soltanto essere protette dal futuro.
Vogliono costruirlo.
Non sentirsi vittime di un sistema, ma parte attiva della società in cui vivono.
Se questa è davvero una nuova stagione, non lo sappiamo ancora.
Ma una cosa, oggi, mi sembra valga la pena dirla con forza: la democrazia è ancora viva. E il suo futuro dipenderà anche dalla nostra capacità di darle nuove forme, nuovi linguaggi e nuove possibilità di partecipazione.
Perché il futuro non dovrebbe appartenere a chi riesce a farci più paura.
Dovrebbe essere qualcosa che possiamo costruire insieme.

